Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di orange wine, una tipologia di vino che incuriosisce appassionati e neofiti per il suo colore inusuale e il suo carattere deciso. L’arancione, infatti, viene considerato il “quarto colore del vino”, accanto a bianco, rosso e rosato. Ma ciò che può sembrare una novità è in realtà un ritorno alle origini: gli orange wine rappresentano uno dei metodi più antichi di vinificazione.
Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di orange wine, una tipologia di vino che incuriosisce appassionati e neofiti per il suo colore inusuale e il suo carattere deciso. L’arancione, infatti, viene considerato il “quarto colore del vino”, accanto a bianco, rosso e rosato. Ma ciò che può sembrare una novità è in realtà un ritorno alle origini: gli orange wine rappresentano uno dei metodi più antichi di vinificazione.
Per comprendere meglio questo universo affascinante, è utile inserirlo nel più ampio racconto della tradizione vinicola italiana, come approfondito anche nell’articolo “Nelle Langhe torna a vivere l'antico vino dei Romani”, dove si parla del recupero delle tecniche ancestrali. Allo stesso modo, il confronto con vini più strutturati e territoriali come quelli descritti in “Cannonau, il vino rosso della Sardegna” aiuta a cogliere le differenze e le peculiarità degli orange wine.
Gli orange wine sono vini prodotti da uve bianche, ma vinificati con una tecnica tipica dei vini rossi: la macerazione sulle bucce.
Normalmente, nella produzione dei vini bianchi, il mosto viene separato subito dalle bucce per ottenere un liquido limpido e delicato. Negli orange wine, invece, le bucce restano a contatto con il mosto durante la fermentazione, rilasciando:
Il risultato è un vino che si colloca a metà strada tra un bianco e un rosso: più corposo di un bianco, ma più fresco e meno tannico di un rosso strutturato.
Questa tecnica non è una moda recente, ma rappresenta il modo più antico di fare vino. Prima dell’introduzione delle tecnologie moderne, infatti, non era possibile separare rapidamente bucce e mosto.
La culla storica degli orange wine è la Georgia, dove da oltre 8000 anni si producono vini con macerazione in anfore di terracotta chiamate “qvevri”. Queste anfore vengono interrate, sigillate ermeticamente e permettono fermentazioni lente e naturali.
Questa pratica è oggi riconosciuta come Patrimonio UNESCO, a testimonianza della sua importanza culturale.
Se la Georgia rappresenta l’origine, l’Italia è stata protagonista della rinascita moderna degli orange wine. A partire dalla fine del Novecento, alcuni produttori del Collio goriziano, al confine con la Slovenia, hanno recuperato queste tecniche antiche. Tra i pionieri Joško Gravner e Stanko Radikon.
Questi vignaioli hanno riportato al centro una filosofia produttiva basata su:
Da questa zona del Friuli è nato un vero movimento che oggi si è diffuso in tutta Europa e oltre, coinvolgendo paesi come Francia, Spagna, Austria e persino Stati Uniti e Nuova Zelanda.
Il processo produttivo è relativamente semplice, ma richiede grande attenzione:
La durata della macerazione è fondamentale: può variare da pochi giorni a diversi mesi e determina: intensità del colore, complessità aromatica e struttura del vino.
Gli orange wine possono essere affinati in diversi contenitori:
Alcuni vengono anche spumantizzati, resi frizzanti e/o imbottigliati non filtrati.
In teoria tutte le uve bianche possono essere utilizzate, ma alcune sono particolarmente adatte perché ricche di sostanze nella buccia:
Sono preferite uve resistenti, ricche di aromi e coltivate in zone collinari o minerali.
Descrivere il gusto di un orange wine non è semplice, perché ogni bottiglia può essere molto diversa dall’altra. Tuttavia, alcune caratteristiche ricorrenti includono:
Questa complessità li rende vini profondi, talvolta anche da meditazione.
Uno dei grandi punti di forza degli orange wine è la loro versatilità a tavola.
Si abbinano bene con:
Da un lato recuperano tecniche millenarie, dall’altro rispondono a una crescente esigenza contemporanea di autenticità, naturalità e rispetto del territorio.
In un panorama enologico sempre più variegato, questi vini continuano a distinguersi per la loro identità forte e non convenzionale, offrendo un’esperienza sensoriale unica e difficilmente replicabile.